Sono ormai anni che si sente parlare dei bilanci della Scala di Milano, bilanci che fanno - più o meno continuamente - ribrezzo, terrore & raccapriccio. L'ultimo, pochi giorni fa, parlava di un probabile rosso terribile eccetera, e chiedeva quindi soldi allo Stato per difendere questo baluardo del sapere, della cultura & di tante altre nobili cose.
In prima battuta questo mi ha fatto pensare al fatto che, in una economia di mercato, le cose non dovrebbero funzionare così. In una economia di mercato, la Scala dovrebbe farsi i conti in tasca e dire: bene, quest'anno ho 100 milioni di euro a disposizione, quindi posso permettermi questo e quest'altro. Se la supercantante cicciona di turno vuole più quanto posso permettermi, se il superconduttore capellone di turno vuole più di quanto posso permettermi, se l'etoile rachitica di turno vuole più di quanto posso permettermi, tratterò sul prezzo (non prendiamoci per il culo: fare uno o più spettacoli alla Scala è prestigioso anche per chi è già una star). Se non vogliono scendere, se sono irremovibili, prendiamo qualcun altro. Se non vogliono scendere, sono irremovibili e tutto quanto, aumenterò il prezzo del biglietto in modo tale da avere i fondi necessari. Insomma, mi comporto come si comporta il padre di famiglia.
E invece no, la Scala chiede i soldi allo Stato, con la ragionevolissima giustificazione della cultura che fa bene all'Italia nel complesso, e su e giù e destra e sinistra. Ma quello che si trascura è che, così facendo, tutti paghiamo il biglietto della Scala - le famose famiglie che non arrivano a fine mese (in futuro, FaNAFiMe) pagano di tasca loro per non alzare il prezzo del biglietto a chi si può permettere di spendere i 2000 euro della platea della prima, o 200 euro della platea delle opere principali eccetera.
Certo, risparmiare quei soldi difficilmente cambierebbe la situazione di chicchessia, se fosse l'unica misura. Però, a dire "questo, da solo, non basta" non si inizia mai a fare le cose che, insieme ad altre, forse basterebbero.
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